Quando l'islamismo entra nelle forze di polizia britanniche

Nota di lettura critica del documento « From Past Prejudices to Present Policies: Confronting anti-Muslim hatred and Promoting Human Rights», di Khaldoun Kabbani, Associazione Nazionale dei Poliziotti Musulmani, 20 luglio 2025, 39 pagine.

Documento esaminato: Khaldoun Kabbani, Dai pregiudizi del passato alle politiche del presente: Affrontare l’odio anti-musulmano e promuovere i diritti umani

Editore: National Association of Muslim Police (NAMP), Regno Unito

Data: 20 luglio 2025 - 39 pagine

Recensione a cura di: Florence Bergeaud-Blackler (CNRS / CERIF), giugno 2026

Punto di partenza: Andrew Gilligan, «La verità inquietante sull’Associazione Nazionale dei Poliziotti Musulmani», The Spectator, 5 giugno 2026

Origine di questa nota Questa nota di lettura trae origine dall'articolo pubblicato da Andrew Gilligan su The Spectator il 5 giugno 2026, intitolato « The disturbing truth about the National Association of Muslim Police ». È stato proprio questo articolo, che ha reso pubblica per la prima volta l’esistenza del documento NAMP di Khaldoun Kabbani, ad attirare la mia attenzione su questo testo e a spingermi a leggerlo integralmente. Andrew Gilligan è senior fellow presso Policy Exchange – già coautore del rapporto A False Compromise (sintesi CERIF 2026/03) e coautore di Understanding Islamopopulism (sintesi CERIF 2026/04). Il lavoro della presente nota si inserisce quindi esplicitamente nel solco della sua indagine, integrandola con una lettura sistematica del documento originale e con la sua collocazione nel quadro concettuale CERIF dell’entrismo frerista.

Punti chiave

Definizione dell'Esercito israeliano = terrorismo Sionismo = odio anti-musulmano Abolizione dei termini «islamista / jihadista» Definizione elastica di «odio anti-musulmano» Apologetica coranica selettiva

Il documento di 39 pagine pubblicato a nome della National Association of Muslim Police (NAMP) – diffuso da un indirizzo @muslim.police.uk - si presenta come un appello istituzionale contro «l’odio anti-musulmano». Il suo vero obiettivo, evidente capitolo dopo capitolo, è quello di radicare all’interno della stessa polizia britannica il quadro concettuale e il vocabolario dell’islamismo frerista, a partire dall’eliminazione dal lessico delle forze dell’ordine dei termini che designano l’islamismo e il jihadismo.

Il testo combina tre operazioni: 1) una confusione polemica tra sionismo e odio anti-musulmano, che definisce Tsahal e lo Stato di Israele come «gruppo terroristico»; 2) una confusione semantica dell’antisemitismo attraverso l’etimologia; 3) una richiesta operativa di vietare i termini « islamista », « jihadista » e « fondamentalista » nella dottrina antiterrorismo britannica.

1. Un manifesto politico diffuso con l'avallo della polizia

Lo status istituzionale del documento è il primo elemento che dovrebbe destare sospetti. Non si tratta di un saggio accademico pubblicato a titolo personale, ma di un testo firmato dal vicepresidente di un’associazione di appartenenza riconosciuta all’interno delle stesse forze di polizia britanniche, diffuso da un indirizzo e-mail muslim.police.uk, su carta intestata NAMP / Scottish Police Muslim Association con il loro logo ufficiale.

La NAMP è riconosciuta dal National Police Chiefs' Council come « associazione del personale ». La sua missione dichiarata – accompagnare i funzionari di polizia musulmani – si è ampliata fino ad assumere una funzione di lobbying dottrinale, di cui questo documento costituisce il risultato più esplicito. Il titolo del testo non lascia spazio ad ambiguità: si tratta di passare « From Past Prejudices to Present Policies », in altre parole di trasformare una narrativa militante in politica pubblica.

Questo organismo – un’associazione comunitaria confessionale che, dall’interno di un’istituzione sovrana, il quadro di riferimento che tale istituzione deve poi adottare – è l’esempio più puro di ciò che i lavori del CERIF definiscono come entrismo istituzionale frerista: non un’infiltrazione clandestina, bensì un’occupazione pienamente consapevole degli organi di cooptazione interna, messa al servizio di una grammatica ideologica esterna.

2. Il sionismo presentato come «manifestazione di odio anti-musulmano»

Il capitolo 3 del documento supera una soglia raramente raggiunta in una pubblicazione istituzionale delle forze di polizia. A pagina 16 si legge:

« Zionism represents one of the manifestations of anti-Muslim hatred, stripping Muslims of their humanity and portraying them as “human animals”, Monsters, “Amalekites”. This includes acts such as killing, raping, engaging in ethnic cleansing, and constructing settlements in Palestine and Lebanon over the past 75 years and beyond. » NAMP, p. 16

L'affermazione ha una portata sbalorditiva. Il movimento nazionale ebraico – che riunisce la maggioranza degli ebrei del mondo, è sostenuto dalla maggioranza dei partiti politici della principale democrazia del Medio Oriente ed è tutelato dalla giurisprudenza britannica sull’Equality Act 2010 – viene qui definito nella sua interezza «manifestazione di odio anti-musulmano». Questa equiparazione produce due effetti immediati e politicamente orchestrati.

In primo luogo, essa legittima, dall’interno delle forze di polizia britanniche, l’uso dell’antisionismo come categoria operativa. Un ufficiale che condivide questa tesi considererà l'esposizione di una bandiera israeliana, un segno di sostegno a Israele o una critica a Hamas come un possibile « episodio di odio anti-musulmano ». Il ribaltamento è totale: ciò che la dottrina britannica di lotta contro i reati d’odio tutela (l’espressione dell’appartenenza ebraica e nazionale), diventa invece ciò che andrebbe monitorato come sintomo di odio razziale.

In secondo luogo, essa allinea parola per parola il lessico della polizia a quello delle organizzazioni musulmane affini e di Hamas, per le quali l’antisionismo costituisce la struttura portante dell’intera retorica militante. La NAMP non riformula, non sfuma, non traduce: riprende tale e quale la retorica propagandistica, in un documento interno alla polizia.

3. La designazione esplicita delle Forze di difesa israeliane (Tsahal) come «gruppo terroristico»

L'operazione è completata, a pagina 30, da una lista nominativa sbalorditiva:

« The Zionist terrorist groups including the IDF committed the following atrocities: 1947 Haifa Genocide… 1948 Deir Yassin Genocide… 1953 Qibya Genocide… 1956 Kafr Qasim Genocide… 1982 Sabra and Shatila Genocide… 2008, 2012, 2014 Gaza Genocides… 2023-2024 Ongoing Genocides in Gaza. » NAMP, p. 30

L’IDF – Tsahal, l’esercito regolare di uno Stato alleato del Regno Unito, partner nella cooperazione in materia di intelligence e sicurezza – è indicato nominativamente come « gruppo terroristico sionista » in un documento NAMP. Nessuna sfumatura, nessuna distinzione tra operazioni militari ed eventi bellici, nessun riferimento alle decisioni dei tribunali internazionali: la qualifica di «genocidio» viene applicata indiscriminatamente a eventi che rientrano in categorie giuridiche radicalmente diverse (Qibya 1953, Kafr Qasim 1956, Sabra e Shatila 1982 – dove la responsabilità diretta ricade sui falangisti cristiani libanesi –, operazioni militari a Gaza 2008-2014).

Questa mancanza di distinzione, se espressa da un accademico militante, non avrebbe alcuna conseguenza. Se invece viene espressa dal vicepresidente di un'associazione riconosciuta dai capi di polizia, dà origine a una politica pubblica: invita ogni funzionario di polizia musulmano a considerarsi, nell’esercizio delle proprie funzioni, moralmente in opposizione all’esercito di uno Stato partner – e a considerare come « odio anti-musulmano » qualsiasi cooperazione bilaterale con esso.

4. Confusione semantica sull'antisemitismo

Il capitolo 3 sviluppa un’analisi etimologica dalle notevoli implicazioni giuridiche. Citando John Esposito, l’autore spiega:

« Originally, Semitism referred to people who spoke Semitic languages. This includes many different groups, like Arabs Jews, Arab Christians, Arab Muslims, and others, mainly from the Middle East and Africa. The term is more about language than race or ethnicity. […] When we describe Islamophobia / anti-Muslim hatred as a new type of antisemitism, what we mean is that it represents the most recent form of prejudice directed at people who come from communities that speak Semitic languages, with a specific focus on Muslims. » NAMP, p. 6

Questo ragionamento, che si presenta come erudito, è un'operazione politica. L'antisemitismo indica, in tutta la giurisprudenza europea contemporanea, l'odio verso gli ebrei come gruppo - è questo il significato che gli hanno attribuito Wilhelm Marr (che coniò il termine nel 1879 proprio per definire la propria ostilità verso gli ebrei), poi da quasi tutti gli storici della Shoah, e infine dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (IHRA), la cui definizione operativa è oggi adottata da diverse decine di Stati. Estendere l’antisemitismo a «tutti coloro che parlano una lingua semitica» equivale a indebolire giuridicamente la protezione specifica dovuta agli ebrei e a far rientrare l’odio verso i musulmani nello stesso quadro giuridico - mentre quest’ultimo è già disciplinato nel Regno Unito dal Crime and Disorder Act 1998 e dall’Hate Crime and Public Order (Scotland) Act 2021.

L’argomento etimologico è, per di più, smentito dai linguisti: «semitico» è un termine del XVIII secolo, coniato per classificare le lingue, mai i popoli. Nessuno studioso dell’antisemitismo contemporaneo – da Hannah Arendt a Léon Poliakov, da Pierre-André Taguieff a Jeffrey Herf – ha mai sostenuto la tesi qui difesa. Si tratta di apologetica politica, non di analisi.

5. La richiesta operativa: eliminare i termini «islamista» e «jihadista» dal vocabolario della polizia

Tutto quanto sopra serve a preparare la richiesta operativa formulata nei capitoli 7 e 10. È chiara:

« Characterising terrorists with Islamic affiliations as “jihadists” or “Islamists” distorts these terms and unfairly associates the broader Muslim community with radicalism. […] Proposals include terms like Irhabi/Irhabism/Irhabist, “Anti-Western Terrorism”, right-wing terrorism, etc, to remove the direct association of terrorism with Islam. » NAMP, p. 27 et p. 36

Il termine « islamista » indica un progetto politico distinto dall’Islam inteso come religione. È proprio perché questa distinzione è fondamentale che risulta intollerabile per la corrente frerista: essa la identifica come attore politico. La proposta di NAMP – sostituire « islamista » con « terrorismo anti-occidentale » - elimina la possibilità stessa di definire politicamente l'avversario ideologico.

Conseguenza operativa Se la polizia britannica adottasse l’elenco delle proposte del NAMP, l’Office for Security and Counter-Terrorism, il Programma Prevent, il Centro congiunto di analisi del terrorismo e la Counter Terrorism Policing dovrebbero smettere di definire «islamiste» organizzazioni come Fratelli Musulmani, Hamas, Hizb ut-Tahrir o Al-Qaeda. La conseguenza diretta sarebbe l’invisibilizzazione analitica del fenomeno che la dottrina britannica ha, finora, definito al meglio in Europa.

6. Una definizione flessibile dell’« odio anti-musulmano »

Il documento propone una propria definizione di «odio anti-musulmano», che merita di essere letta parola per parola:

« Anti-Muslim hatred encompasses a range of negative perceptions and attitudes towards Muslims. This may be expressed as a prejudice against and/or hatred towards Muslims and their faith, taking the form of rhetorical, physical, or discriminatory behaviour. It may be directed towards Muslim or non-Muslim individuals, the wider Muslim community and/or Muslim property. » NAMP, p. 4

Tre caratteristiche rendono questa definizione giuridicamente ambigua. In primo luogo, essa comprende «gli atteggiamenti», e non solo gli atti o i discorsi, aprendo così la strada alla sanzione di opinioni non espresse. In secondo luogo, include « l’odio verso la fede», ovvero la critica teologica, dottrinale e filosofica della religione musulmana – il che contravviene apertamente alle libertà garantite dall’Equality Act 2010 e al principio britannico della critica lecita delle religioni. In terzo luogo, si estende alla « proprietà musulmana», categoria priva di una definizione giuridica precisa, che può comprendere tanto una moschea quanto un negozio halal o un bene finanziario – aprendo così la strada a un’ondata di contenziosi.

Questa definizione riprende i principali difetti della definizione britannica di “islamofobia” fornita dall’APPG (2018), che il rapporto Jenkins–Gilligan ha smontato metodicamente in A False Compromise (sintesi CERIF 2026/03). La NAMP, composta da funzionari di polizia, propone in realtà lo stesso quadro normativo delle organizzazioni militanti che conducono campagne per la criminalizzazione della critica all’Islam – ma questa volta rivestito dell’autorità morale della polizia stessa.

7. Apologetica coranica selettiva e revisionismo storico

Il capitolo 9 intraprende una dimostrazione ambiziosa: il diritto islamico della guerra « precede e supera » il diritto internazionale umanitario. L’autore cita la sura Al-Baqara, versetto 190 («Combattete sulla via di Allah coloro che vi combattono, e non trasgredite»), e la sura Al-Anfal, versetto 61 («Se propendono per la pace, propendete anche voi per la pace»).

Si tratta di una mossa classica dell’apologetica coranica: estrapolare i versetti pacifici ignorando i cosiddetti versetti «della spada» (Tawba 9:5, 9:29), tacere i dibattiti sull’abrogazione (naskh) che hanno diviso le scuole giuridiche per dodici secoli, e presentare il risultato come se l’Islam costituisse un corpus dottrinale univoco, superiore a Ginevra. Nessuno studioso serio di diritto internazionale umanitario – né Antonio Cassese, né Yoram Dinstein, né Marco Sassoli – sosterrebbe che le Convenzioni di Ginevra siano state prefigurate dal diritto islamico della guerra. La proposta rientra nell’ambito del sermone del venerdì in moschea, non della scienza.

La stessa operazione selettiva viene applicata alla storia: il documento afferma che «l’antisemitismo era inesistente nel mondo arabo» e che i musulmani hanno sistematicamente protetto gli ebrei. Ci vuole una notevole energia revisionista per ignorare lo status di dhimmi, il Farhud di Baghdad (1941, 180 morti), le espulsioni di 850.000 ebrei dai paesi arabi tra il 1948 e il 1972, o i pogrom di Aleppo (1947), di Aden (1947), di Tripoli (1945 e 1948) o di Tunisi (1967). Questi fatti, perfettamente documentati, non ricevono nemmeno una riga.

Tale affermazione è smentita anche dai sondaggi d'opinione recenti. Secondo il Pew Research Center (« Unfavorable Views of Jews and Muslims on the Increase in Europe», 17 settembre 2008), la percentuale di opinioni sfavorevoli nei confronti degli ebrei raggiungeva il 97% in Libano, il 96% in Giordania, il 95% in Egitto, il 76% in Pakistan e in Turchia e il 70% in Indonesia - cifre che non hanno alcun equivalente nelle società occidentali contemporanee. La stessa istituzione, nella sua indagine « Muslim Publics Divided on Hamas and Hezbollah » (2 dicembre 2010), confermava che le opinioni negative nei confronti degli ebrei nei paesi a maggioranza musulmana oggetto dello studio «rimanevano ai massimi storici o quasi». L’idea che l’antisemitismo sia «inesistente nel mondo arabo» non regge a un minimo esame empirico: la sovrarappresentazione dell’ostilità antiebraica nei paesi musulmani è, al contrario, uno dei risultati più costanti delle ricerche di opinione a livello internazionale.

8. La svuotamento argomentativo della critica

Un ultimo aspetto merita attenzione. Il documento si apre, nella prefazione, con un elogio dell’« importanza di ammettere l’ignoranza nei ruoli di leadership ». La retorica è abile: qualsiasi interlocutore che contestasse l’analisi del testo viene a priori classificato nella categoria di coloro che «seguono ciecamente le narrazioni presentate dai media e dai politici senza porre domande». La critica è quindi, per definizione, una prova di ignoranza.

Questa manovra di inversione preventiva dell'onere della prova è tipica dei discorsi militanti che cercano di immunizzarsi dal dibattito. Trasforma il testo in un oggetto retoricamente chiuso: non lo si confuta, ci si sottomette – o ci si sottomette, oppure ci si rivela ignoranti.

9. L'inchiesta di Andrew Gilligan pubblicata su The Spectator

L'articolo giornalistico di Andrew Gilligan pubblicato su The Spectator il 5 giugno 2026 – la cui lettura mi ha fatto scoprire questo documento – apporta diversi elementi decisivi che inseriscono l’analisi letteraria sopra condotta in una cartografia istituzionale più ampia. Questi elementi meritano di essere riportati qui, poiché spostano la portata del documento NAMP dalla sola sfera del discorso a quella dell'infrastruttura reale della polizia britannica.

Un'organizzazione riconosciuta da tutta la catena gerarchica della polizia. Gilligan documenta che la NAMP è affiliata ad almeno 16 delle 43 forze di polizia britanniche, e che è ufficialmente riconosciuta dal College of Policing – l’organismo professionale della polizia, sotto la supervisione del Ministero dell’Interno – come « una parte importante dell’attività di polizia » che svolge « un ruolo cruciale nel sostenere il nostro personale ». Il College ha persino elaborato insieme a lei una linea guida comune sul trattamento degli indagati musulmani: in cui si raccomanda che « gli orari di preghiera e di digiuno siano presi in considerazione nella pianificazione delle perquisizioni domiciliari presso abitazioni musulmane » e che ai sospettati musulmani in stato di fermo vengano concessi trenta minuti tra la rottura del digiuno e l’interrogatorio. Ciò che la nota di lettura descriveva sul piano ideologico si traduce quindi in dottrina investigativa penale.

Presentazione dinanzi all'organo consultivo per la lotta al terrorismo. Gilligan rivela un fatto che si ricollega direttamente alla nostra analisi del capitolo 7: la NAMP è stata invitata a presentare le proprie tesi dinanzi al gruppo consultivo antiterrorismo dell’NPCC – l’organo consultivo nazionale in materia di lotta al terrorismo – per chiedere che il termine «terrorismo islamista» venga abbandonato, con la motivazione che «il suo uso da parte della polizia contribuisce ai crimini d’odio contro la fede ». L’argomentazione che stavo analizzando dal punto di vista retorico è stata quindi effettivamente presentata nell’istanza in cui si decide la dottrina.

L'argomento dei numeri. Gilligan ricorda un dato di fatto decisivo: dal 1999, il 94% delle vittime del terrorismo nel Regno Unito è stato causato da islamisti. La richiesta di vietare il termine «islamista» nel vocabolario della polizia significa quindi, in pratica, il divieto di nominare il 94% delle cause di mortalità terroristica nel Paese.

La difesa di Hamas nel documento. Gilligan sottolinea giustamente un passaggio del testo che ho citato sopra: la NAMP definisce « alarming and unverified stories» i resoconti delle atrocità commesse da Hamas il 7 ottobre 2023 e in seguito, comprese le decapitazioni e gli stupri. Eppure, come ricorda Gilligan, la stessa ONU ha documentato sia le decapitazioni (o i tentativi di decapitazione) sia le violenze sessuali. E secondo Amnesty International – che Gilligan definisce ironicamente «ben noto amico di Israele» -, almeno 36 bambini israeliani sono stati uccisi durante gli attacchi, così come 659 civili adulti. Il documento NAMP, che pretende di denunciare la «deriva disumanizzante» nei confronti dei palestinesi, opera a sua volta una disumanizzazione simmetrica delle vittime israeliane.

Il precedente del rapporto Shawcross. Gilligan ricorda infine un elemento che i responsabili britannici conoscono fin dal 2023: la revisione Shawcross del programma britannico di lotta all’estremismo aveva individuato, tra le figure di spicco della NAMP e delle sue sedi locali, individui che avevano « promosso diverse persone e organizzazioni con opinioni o affiliazioni preoccupanti, diffuso teorie complottistiche, materiale antisemita e appelli alla distruzione di Israele ».

Gilligan riassume la situazione con una frase che merita di essere citata per intero:

« One definition of corruption is the perversion of an institution working in the public interest into one which at least sometimes works for private or sectional interests. The activist corruption now reaching into parts of the police risks becoming as harmful to public confidence, as demoralising for ordinary officers, and as much of a boon for criminals as was the straightforward money corruption of some forces in the 1970s. It requires a similarly deep, far-reaching reset, and a similar determination to expel and destroy it. One part of that must be to banish, or even better to outlaw, NAMP and other staff networks like it. » Andrew Gilligan, The Spectator, 5 juin 2026

L'analogia con la corruzione finanziaria delle forze di polizia britanniche degli anni '70 – che aveva portato Robert Mark a un reset totale di Scotland Yard – dà la misura della diagnosi formulata da Gilligan: non si tratta più di un dibattito dottrinale, ma della questione della corruzione istituzionale. La presente nota di lettura, sul piano analitico, converge con questa valutazione.

Conclusione: un segnale d'allarme

Il documento della NAMP non si limita a una semplice difesa della non discriminazione nei confronti dei funzionari pubblici musulmani. Si tratta di un manifesto ideologico coerente, che chiede alla polizia britannica:

  • di rinunciare a definire l'islamismo e il jihadismo;
  • di adottare una definizione di odio anti-musulmano sufficientemente ampia da includere la critica teologica e la citazione statistica di un fatto;
  • di riconoscere il sionismo come una «manifestazione» di tale odio e l’IDF come un «gruppo terroristico»;
  • di diluire la specificità giuridica dell'antisemitismo in una categoria linguistica comune;
  • e di presentare l'apologetica coranica come uno standard morale superiore al diritto internazionale umanitario.

Il metodo è esattamente quello che la griglia concettuale CERIF identifica come caratteristica dell'entrismo frerista contemporaneo nelle società occidentali: non un colpo di forza, ma una lenta sostituzione lessicale, dottrinale e giuridica, operata dall’interno delle istituzioni in nome della lotta contro una «fobia» la cui definizione è essa stessa prodotta da coloro che dovrebbe proteggere.

Il fatto che questo testo rechi il logo di un'associazione riconosciuta dai capi della polizia britannica e che sia diffuso all'indirizzo @muslim.police.uk merita, di per sé, l'attenzione dei decisori europei. A nessun equivalente della NAMP dovrebbe essere consentito di pubblicare, con l’avallo di un’istituzione di polizia, un testo che richieda la designazione dell’esercito di uno Stato alleato come «gruppo terroristico». Si tratta, esattamente, del fallimento di governance su cui il Bundesamt für Verfassungsschutz tedesco ha messo in guardia nel giugno 2026 (vedi sintesi CERIF dell’esclusiva di BILD).

Il documento in esame è il risultato di una strategia paziente, illustrata qui in tutta la sua coerenza dal suo stesso autore. In quanto tale, costituisce un documento di grande interesse – non per ciò che afferma, ma per ciò che rivela sullo stato di avanzamento dell’entrismo istituzionale frerista in una democrazia occidentale.

Florence Bergeaud-Blackler
Antropologa, ricercatrice presso il CNRS (HDR)
Presidente e fondatrice del CERIF - Centro Europeo di Ricerca e Informazione sul Frerismo
cerif.eu