Punti chiave
- Un predicatore del jihad, prodotto dell'Occidente. Ahmad Musa Jibril è nato negli Stati Uniti. Vi è stato formato al diritto. I suoi sostenitori lo chiamano «l'imam dell'Occidente». Il rapporto lo considera uno dei predicatori estremisti più influenti operanti in Occidente.
- Un'influenza rivolta verso l'Occidente. Il suo pubblico è occidentale. Già nel 2014, un centro di ricerca britannico (l'ICSR) lo identifica come una delle voci anglofone più seguite dagli occidentali partiti a combattere in Siria. Autori di attentati in Occidente lo hanno ascoltato, tra cui uno degli assalitori di London Bridge (2017).
- Il paradosso: le libertà occidentali lo proteggono. Giurista formato negli Stati Uniti, Jibril spinge la sua retorica fino al limite del Primo Emendamento, senza varcare la soglia dell'incitamento punibile. Le protezioni costituzionali gli servono, secondo il rapporto, «da scudo e da spada».
- Un discorso che legittima il jihad senza mai ordinarlo. Jibril erige il jihad armato e il martirio a obbligo religioso. Vi aggiunge la sovranità legislativa di Dio: la democrazia diventa miscredenza. Disumanizza i «devianti» - dirigenti musulmani, sciiti.
- Una contro-società da costruire in Occidente. Jibril prescrive l'isolamento (la dottrina dell'«alleanza e ripudio»), il ritiro dalla scuola, la sottomissione delle donne. Fa dell'America un «nemico divino»: votare è miscredenza, servire nell'esercito americano è un tradimento.
- Una diffusione decentralizzata. Dal carcere, poi dopo la sua scarcerazione, i suoi account sono «gestiti dai suoi studenti» (TikTok, X, Telegram…) e tradotti in più lingue, tra cui il francese. Questa diffusione, osserva il rapporto, «lo isola da ogni responsabilità diretta».
Presentazione
Questo rapporto è pubblicato nell'ottobre 2025 dal Program on Extremism dell'università George Washington (Washington), un centro di ricerca di riferimento sull'estremismo. Gli autori sono Sergio Altuna Galán - già co-autore di uno studio di cui il CERIF ha dato conto (nota di lettura n° 2026/16) - e David Zimmermann. L'oggetto è un uomo: Ahmad Musa Jibril, predicatore salafita americano.
La tesi è occidentale da cima a fondo. Jibril non è un'importazione dal Medio Oriente. È un prodotto dell'Occidente: nato negli Stati Uniti, formato al diritto americano e stabilitosi nel Michigan. Il rapporto mostra come quest'uomo legittima il jihad dall'interno dell'Occidente, come raggiunge pubblici occidentali e come le libertà occidentali lo proteggono. Per farlo, gli autori incrociano tre piani: la sua biografia, la sua presenza digitale e l'analisi del suo discorso. Precisazione importante: Jibril non è mai stato perseguito per terrorismo.
Lo schema qui sotto riassume questo ragionamento: ciò che Jibril è (un prodotto dell'Occidente), ciò che predica (un discorso che legittima il jihad), chi raggiunge (pubblici occidentali) e come resta protetto (il paradosso occidentale).
I. Un prodotto dell'Occidente: biografia e formazione
Ahmad Musa Jibril è nato nel 1971 a Dearborn, nella periferia di Detroit (Michigan), in una famiglia di origine palestinese. Da bambino, Jibril segue il padre in Arabia Saudita, all'Università islamica di Médine. A Médine, Jibril memorizza il Corano, poi l'essenziale della tradizione profetica (le grandi raccolte di hadith).
Il rapporto insiste sulla qualità dei suoi maestri. Jibril studia presso diverse tra le più grandi figure del salafismo del XXo secolo: Ibn Baz (gran mufti dell'Arabia Saudita), al-Albani, al-Uthaymin. Jibril frequenta anche un maestro assai più radicale: Hammud al-Uqla al-Shuaybi, descritto come «uno degli ideologi salafiti-jihadisti più noti» del paese - al-Shuaybi ha elogiato gli attentati dell'11 settembre ed è stato il mentore di ideologi jihadisti.
Poi arriva l'elemento decisivo per il seguito. Tornato negli Stati Uniti, Jibril ottiene un diploma in diritto (un Master in diritto) all'Università del Michigan. È questa doppia formazione - sapere religioso salafita e padronanza del diritto americano - che farà di Jibril un caso così particolare.
II. Il percorso giudiziario americano
Il rapporto ricostruisce un percorso giudiziario interamente americano. Un primo episodio risale al novembre 1995. Dopo un attentato con autobomba a Riyad (sei morti, di cui quattro americani), un fax che glorifica l'attacco viene inviato a CNN dalla linea telefonica di Jibril. In mancanza di prove, Jibril non viene perseguito. Ma questo fax colloca Jibril «sul radar» dell'FBI (la polizia federale americana).
Le imputazioni arrivano da altro. Nel 2003-2005, Jibril e suo padre sono processati per un vasto caso di frode - riciclaggio, frode bancaria ed elettronica, falsa dichiarazione fiscale, detenzione di armi da parte di un pregiudicato. I capi d'accusa non sono legati al terrorismo. Jibril è condannato per 42 capi, poi di nuovo per tentativo di corruzione di una giurata. La pena, pronunciata alla fine del 2005: 70 mesi di carcere e tre anni di libertà vigilata, con confisca di beni.
Due punti contano per il seguito. Anzitutto, la dimostrazione della sua ideologia estremista consente al giudice di limitare il suo accesso a Internet. Poi, alla sua scarcerazione nel 2012, Jibril riprende «quasi immediatamente» le sue attività online - al punto da violare la sua libertà vigilata nel 2014 e da essere sorvegliato fino al 2015. Jibril supplica allora il giudice: «non sono un terrorista».
III. L'influenza sull'Occidente: la svolta digitale
È online che Jibril acquisisce il suo pubblico occidentale. Il rapporto ne ricostruisce le tappe. Alla fine degli anni 1990, Jibril apre un primo sito, alSalafyoon.com, descritto come una «biblioteca di sermoni fanaticamente antiamericani», che ospita contenuti di Ben Laden e di Abdullah Azzam. Poi arrivano i social media, a partire dal 2011.
Il pubblico è occidentale, e il rapporto lo documenta. Già nel 2014, un centro di ricerca britannico - l'ICSR (International Centre for the Study of Radicalisation) - identifica Jibril come una delle principali autorità anglofone seguite dagli occidentali partiti a combattere in Siria. All'epoca, gli account di Jibril raccolgono oltre 145 000 «mi piace» e 32 000 follower. Dal 2021, una rete di account «gestiti dai suoi studenti» rilancia il suo messaggio su TikTok, X, Instagram, Telegram e YouTube, sotto forma di «pillole» virali, tradotte in più lingue - tra cui il francese.
Soprattutto, il rapporto collega Jibril a filiere jihadiste in Occidente. Diverse persone condannate per terrorismo lo ascoltavano: Mohamed Elshinawy (sostegno allo Stato islamico), descritto da un agente dell'FBI come «uno sceicco salafita e un sostenitore dello Stato islamico, del Michigan»; e soprattutto Khuram Butt, uno dei tre assalitori dell'attentato di London Bridge (Londra, 2017, otto morti). Le conferenze di Jibril, osserva il rapporto, «restano online».
IV. Il discorso: legittimare il jihad
Il rapporto analizza poi il discorso di Jibril, tema per tema.
- Il fondamento dottrinale. Jibril parte dall'unicità di Dio (il tawhid), alla quale Jibril aggiunge la sovranità legislativa divina (hakimiyya). Conseguenza: le leggi secolari e la democrazia diventano miscredenza, se non addirittura apostasia.
- Il jihad e il martirio. Jibril erige il jihad armato a obbligo individuale e a «puro tawhid». Jibril vuole farne un «termine corrente, normale… sui vostri social media, nelle moschee». Jibril fa del martirio un ideale educativo: un genitore che non educa il proprio figlio affinché diventi «combattente e martire» sarebbe «la radice del problema».
- La contro-società. Jibril prescrive un islam ripiegato su se stesso all'interno dell'Occidente: isolamento totale tramite la dottrina dell'«alleanza e ripudio» (al-wala wal-bara), ritiro dei bambini dalla scuola, sottomissione delle mogli. Nel 2024, Jibril lancia persino un progetto di «università» con materiale per bambini dai 3 ai 10 anni.
- La scomunica. Jibril disumanizza coloro che giudica devianti. Jibril tratta i dirigenti musulmani e i sapienti legati agli Stati da «traditori». Jibril rifiuta la parola «sciiti», che sostituisce con termini ingiuriosi, e scomunica.
- L'America, «nemico divino». Jibril fa degli Stati Uniti «il nemico principale». Votare è miscredenza. Arruolarsi nell'esercito americano è un tradimento di Dio. Jibril invoca apertamente il crollo interno del paese.
- Israele-Palestina. Jibril fa della causa palestinese un obbligo religioso per tutta la comunità musulmana. La normalizzazione con Israele diventa un'apostasia; Jibril invoca il boicottaggio come forma di jihad.
V. Il paradosso occidentale, e la conclusione
Qui si annoda la tesi del rapporto. Jibril è paragonato a figure di Al-Qaeda come Anwar al-Awlaki. Ma, a differenza di queste figure, Jibril non è mai passato all'azione e non ha mai lasciato gli Stati Uniti. La singolarità di Jibril risiede nella sua formazione giuridica americana. Jibril spinge la sua retorica «fino al limite legale, senza varcare la soglia dell'incitamento illegale». Le protezioni costituzionali americane servono a Jibril, scrivono gli autori, «al tempo stesso da scudo e da spada». E la sua diffusione decentralizzata - studenti che traducono e riconfezionano il suo messaggio - «lo isola da ogni responsabilità diretta».
Il rapporto ne trae un dilemma, occidentale anch'esso. Gli ecosistemi estremisti non si fondano soltanto su appelli diretti alla violenza, ma su figure che forniscono l'«impalcatura teologica e morale» che li sostiene. Le libertà che proteggono il dibattito democratico sono precisamente quelle che Jibril sfrutta. Gli autori invitano dunque i decisori e le piattaforme a prendere sul serio questi quadri ideologici sottili, che aprono «percorsi verso la radicalizzazione», e non soltanto l'incitamento esplicito. Jibril incarna, concludono gli autori, «il paradosso di un predicatore che non ordina mai apertamente la violenza, ma costruisce l'architettura teologica e morale che la sostiene».
Opera recensita
Sergio Altuna Galán e David Zimmermann, Legitimizing Jihad: Ahmad Musa Jibril at the Boundaries of Law and Radicalism, Washington, Program on Extremism, The George Washington University, ottobre 2025, circa 43 p.
Dr Florence Bergeaud-Blackler
Antropologa, ricercatrice presso il CNRS (HDR)
Presidente-fondatrice del CERIF - Centre Européen de Recherche et d'Information sur le Frérisme
cerif.eu